Intervento in aula del sen Maurizio Rossi sul sistema delle concessioni.

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ROSSI Maurizio (Misto-LC). Signor Presidente, sono di posizioni proprio diverse da questa Assemblea. Forse mi riconosco più in quello che ha detto prima il senatore Cioffi.

Per spiegarlo, dobbiamo guardare l’intero sistema con cui in Italia si danno le concessioni. Le concessioni in Italia vengono date nell’interesse dei concessionari, non nell’interesse dei cittadini: questo è il primo punto. Vi porto alcuni esempi ma non degli stabilimenti balneari, perché già mi sono fatto nemici nel settore dei porti e in quello delle emittenti locali e ora me ne farò anche nell’ambito delle concessioni balneari. Il fatto è che se continueremo a voler dare le concessioni come vengono date in Italia il Paese non ha futuro.

Prendiamo ad esempio il settore delle autostrade: la società Autostrade per l’Italia, che ha già una concessione che scade nel 2035, ha il coraggio di chiedere una proroga di sette anni fino al 2042 per realizzare la Gronda di Genova, i cui costi sta addebitando già da dieci anni su tutto il sistema autostradale italiano. È veramente assurdo.

Per quanto riguarda le banchine dei porti, finalmente il ministro Delrio sta lavorando al regolamento previsto dalla legge n. 84 del 1994, cioè dopo ventun’anni, per dire come devono essere assegnate le banchine. Mentre viene fatto questo, non appena lo si viene a sapere, intervengono tutte le Autorità portuali e concedono proroghe di sessant’anni, ingessando il sistema portuale italiano, e la prima proroga viene concessa in una città e in una Regione dove è in carica il vice presidente del Partito Democratico, Debora Serracchiani. E intanto il Ministro dice di non dare concessioni perché sta per essere emesso il regolamento.

E che cosa succede? Queste proroghe di sessant’anni non solo ingessano il sistema portuale italiano (e per fortuna a Genova questo non è stato fatto anche per merito del presidente Merlo), ma comportano anche che i concessionari, cui saranno assegnate queste banchine, per far entrare soggetti esterni potranno vendere la società valorizzando i decenni che hanno di concessione. Questi sono regali che l’Italia fa ad alcun signori, ad alcuni concessionari.

Vi parlo delle frequenze televisive: pensate che le emittenti locali pagavano per una frequenza televisiva 20.000 euro e si trasmetteva un canale con l’analogico. Oggi, su una frequenza televisiva si trasmettono otto canali e si pagano 12.000 euro. Se ne dovrebbero pagare 100.000, perché le emittenti locali dovrebbero mettersi insieme, avere un’unica frequenza e ripartirsela e si sarebbe risolto il problema delle frequenze in Italia. Invece no, si è fatto questo perché? Perché bisognava dimezzare ancora più i canoni di concessione a RAI e a Mediaset, canoni che non solo sono stati dimezzati, ma è ancor peggio: l’Italia è l’unico Paese d’Europa che ha detto no alla cosiddetta banda 700, che adesso l’Europa vorrebbe mettere a disposizione della banda larga, e deve andare avanti ancora fino al 2020-2022. E mentre la Francia ha lanciato una gara per la banda 700 e ha incassato più di 3 miliardi euro, in Italia si dice che «tanto non interesserebbe a nessuno». Ebbene, quando è venuto l’amministratore delegato di Telecom in Commissione gli ho chiesto: è vero che se ci fosse un bando di gara per la banda 700 non sareste interessati? Ha risposto che all’indomani avrebbero partecipato alla gara, il fatto è che non la liberano. E su questo sono d’accordo tutti i partiti. Il fatto è che non si conoscono i settori o si fa finta di non conoscerli.

In questa mia unica legislatura ho imparato che il sistema concessorio è il male primario di questo Paese, perché si lavora esclusivamente a vantaggio dei concessionari.

Arrivando al discorso delle spiagge, ci sono stabilimenti balneari gestiti benissimo, ma quanti sono gestiti male? E noi vogliamo concedere una proroga indiscriminata a tutti? Ma per quale ragione? Nel momento in cui era prevista una scadenza, il concessionario sapeva quando sarebbe arrivata. Se ha effettuato investimenti, avrebbe dovuto farsi i calcoli, sapendo quando scadeva la concessione e in quel momento doveva pensare che si sarebbe potuti arrivare ad una legislazione diversa. Ci sono ammortamenti da fare? Si prendano i bilanci e si guardi quali sono gli ammortamenti. O sono fittizi, sono a parole?

Vi parlo, ad esempio, della situazione nella mia città, a Genova: non c’è un metro di spiaggia libera. Non è possibile andare a fare un bagno se non pagando l’ingresso agli stabilimenti balneari. Allora il momento della scadenza delle concessioni sarebbe anche il momento di ridisegnare effettivamente il sistema, con equilibrio, come peraltro previsto per legge, senza che vengano dati due scogli come percentuale di spiaggia libera, non attrezzati, pericolosi, non assistiti, sporchi e così via. Questa è la situazione che andrebbe affrontata.

Certo che alcune realtà vanno difese. Mi piace molto, ad esempio, quanto è stato scritto nella mozione del nostro Gruppo, il Gruppo Misto, cioè che non siano sommabili più di un certo numero di concessioni. Questo mi sembra molto corretto e molto giusto.

Non è possibile pensare che si continuino a dare concessioni per trenta, quaranta o cinquanta anni per qualsiasi cosa nel nostro Paese, tra l’altro a costi bassissimi, perché ci rimette il Paese, che potrebbe incassare qualche centinaio di milioni di euro in più. Noi rinnoviamo le concessioni su 8.000 chilometri di coste a chi già le ha, le porzioni di costa già affidate, il problema non è andare a vedere se le coste date in concessione siano gestite bene o male: questo non viene considerato. Peraltro, se fossi un imprenditore che gestisce bene uno stabilimento balneare, mi seccherebbe l’idea di una proroga indiscriminata; sarei magari favorevole a cinque anni di proroga al fine di capire quali possano essere i sistemi per decidere chi ha diritto a mantenere la concessione, a determinate condizioni, e quali siano le concessioni che non possono andare avanti.

Infatti, nel sistema concessorio, come avviene per i porti e come dico da un anno ed è stato poi confermato dal Consiglio di Stato, bisogna fare in modo che nelle gare ci siano valori adeguati per il bene pubblico che viene assegnato e che non è di proprietà, altrimenti parliamo di finte privatizzazioni. A questo punto vendiamo direttamente i beni, che facciamo prima.

Il canone deve essere adeguato e chi partecipa alla gara deve prendersi l’impegno di fare determinati investimenti e tali investimenti non devono essere parole, ma devono essere garantiti come deve essere garantita l’occupazione. Chi dice che se mettiamo a gara gli stabilimenti balneari non aumenta il numero dei dipendenti? Chi dice che non aumenta, ad esempio, il numero dei mesi nei quali si potrebbero utilizzare le spiagge in posti che possono assolutamente utilizzare gli stabilimenti balneari e le spiagge per periodi anche invernali? Devono esserci garanzie precise di investimenti e di occupazione e questo si può fare non con una proroga indiscriminata, ma solo passando attraverso una gara, magari – e su questo sarei d’accordo – dando il diritto di prelazione a chi ha già ben operato e non indiscriminatamente. (Applausi dei senatori Bignami e Battista).